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Da anni siamo travolti da un rumore assordante: esteriore, ma anche interiore; abbiamo perso il gusto del silenzio, tanto da averne spesso paura. Il rumore assordante che ci martella dalla televisione: se non sono veline, sono comparse del Grande fratello; e va anche peggio quando sullo schermo fanno capolino politici che si sfidano con urlacci, battutacce, insulti e piegano alla propaganda perfino i numeri, per cui va gambe all’aria perfino una delle ultime certezze: che due più due fa quattro. Il rumore assordante delle informazioni: mai così abbondanti, ma mai così confuse. Il rumore assordante di chi difende i propri privilegi, il proprio orticello, alla faccia dei più che se la passano sempre peggio. Negli ultimi mesi si è aggiunto il rumore assordante della cassa integrazione e del precariato, dei posti di lavoro evaporati e delle aziende chiuse, delle tasse che aumentano e dello spread che mette paura.

E’ un’estate carogna, questa del 2012; con pochi che si possono permettere le vacanze, con tanti che fanno i conti e non sanno come arriveranno all’autunno, con la maggioranza che deve combattere lo stress per una crisi economica di cui ancora non si conoscono i tempi di durata, le conseguenze che ancora produrrà, le macerie che lascerà.

E’ un’estate carogna anche per l’Umbria, che ai guai di cui sopra ne aggiunge di suoi: regione piccola, problemi grandi. Come se non bastasse il valzer sulla cosiddetta riforma della sanità, c’è da ballare – per esempio – per i conti in profondo rosso dei trasporti, per la Provincia di Terni decapitata, per l’Università con le pezze alle chiappe. Ebbene, con tutta questa roba da addomesticare, la classe dirigente si trastulla in polemichette da periferia; in difesa ad oltranza dell’esistente, del tribunale sotto casa e dell’ospedale a portata di cerbottana; in impegno stravagante per la propria carriera. E gli interessi della comunità? Appaiono sullo sfondo, molto sfocati.

E’ un’estate carogna che imporrebbe visioni meno personalistiche e miopi; perfino una grande occasione per una grande riforma che possa consentire all’Umbria di esistere ancora, senza essere travolta – perché questo sta rischiando – e di vedersi azzerare da qui a qualche anno. Si assiste, invece, a balbettii e rivendicazioni che non portano da nessuna parte. Un bel confronto sul futuro di questa regione? Quando mai. Una proposta che punti tutto sulla Regione, cancellando le Province ed accorpando microscopici Comuni? Quando mai. Si va avanti a sgambetti, provocazioni e stilettate: tutti nel segno della conservazione più pericolosa. I grandi partiti hanno deciso che siamo diventati la regione di tutte le libertà, anche le più assurde? Intanto, fuori dai confini non ci si fila più nessuno: vorrà dire qualcosa, cara classe dirigente? Ed il dibattito politico, salvo rarissime eccezioni, non è più pane di questa terra; e quando qualcuno riflette, esprime perplessità e s’incarica di fare proposte, ecco la maestrina di Ponte Rio alzare la bacchetta: tutti in riga. Governare non è la stessa cosa di comandare: per governare ci vuole qualcosa in più e, soprattutto, quel qualcosa in più lo devono riconoscere i compagni e le compagne di viaggio.

In quest’estate carogna, in cui i politici sembrano pesci fuori dall’acqua – e fuori rimangono quando si tratta di affrontare i problemi veri, salvo nuotare pimpanti per assicurarsi un posto ancora più al sole – va recuperato un po’ di silenzio, che tra l’altro aiuta anche ad ascoltare, nonché ad essere più creativi. “L’uomo è diventato un’appendice del rumore”, osserva Max Picard (medico, filosofo, scrittore) e di fatto le parole perdono spesso il loro senso per mancanza di silenzio. Un po’ di silenzio potrebbe aiutare chi ha in mano le chiavi di questa comunità ad avere le idee più chiare, a recuperare coraggio, a guardare oltre divincolandosi dalle pastoie; e potrebbe aiutare i componenti di questa comunità ad abbandonare la trincea della passività per tornare, ciascuno con le proprie competenze e passioni, protagonisti.

Poscritto. Dopo l’elogio del silenzio, per momentanea coerenza, chi scrive Penumbria non può che fare proprio questo apologo orientale: prima della predica di un maestro buddista, un uccellino iniziò a cantare, il maestro tacque e tutti lo ascoltarono estasiati; quando l’uccellino smise, il maestro disse che la predica era finita e se ne andò.


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