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Il record è saldamente nelle mani di Gustavo Selva: nel 2007, per dribblare i blocchi istituiti a Roma per la visita di Bush, finse un malore e un’ambulanza del 118 lo trasportò fin sull’uscio degli studi di una Tv; il bello è che il senatore di An se ne vantò in televisione. Una trovata così geniale da far catalogare di serie B la furbata di Scajola, ritrovatosi proprietario a sua insaputa di un appartamento davanti al Colosseo; o gli investimenti della Lega, con i finanziamenti pubblici, in Tanzania e a Cipro; e perfino lo sberleffo che, cambiando un paio di paroline, si è inventato il Parlamento consentendo così ai partiti di incassare fondi dello Stato per l’intera legislatura anche quando la stessa legislatura è durata non più di due anni.

La fantasia dei politici non ha confini: non c’è scrittore che tenga la loro ruota. Ed è talmente forte da contagiare anche gli aspiranti politici. Le recenti amministrative – come tutte le campagne elettorali, ma questa volta un po’ di più – hanno visto l’esplosione di liste civiche con slogan spericolati e simboli improbabili. Pescando qua e là, ce n’è per tutti i gusti: l’esilarante ping pong tra il candidato “per cambiare il paese” e quello che chiede voti “per mantenere tutto come sta”; liste con richiami animali come Ape, o meteorologici come Nuvole; Pietro Vierchowod, campione del mondo nel 1982, ha corso per sindaco con la lista “Quel Faro sul lago di Como, spericolandosi nello slogan “Sto(p)per candidarmi”; ad Agrigento, un candidato ha messo in cima al programma la promessa di sostituire i templi con i grattacieli; un aspirante sindaco di Lecce si è affacciato per tutta la campagna elettorale dai teleschermi con questo programma: “Ciao casalinga. Sono alto, brizzolato, slanciato, tennista. Cucino, lavo, stiro. Se vuoi conoscermi, sono sempre in Comune. Astenersi perditempo. Si accettano anche comuniste”. Che classe!

Nel nostro piccolo – cioè, nel piccolo dell’Umbria – non raggiungiamo le vette suddette, ma ci diamo comunque da fare. Per esempio, è ascrivibile alla fantasia (ma potrebbe essere un arbitrio) l’annuncio della Regione di costruire l’ospedale di Narni-Amelia, ben sapendo l’aria che tira sul fronte delle risorse pubbliche: sempre più scarse, sia dopo che prima le recenti elezioni. Mentre ha tutto il diritto di appartenere all’olimpo della fantasia la delibera del consiglio regionale, che con un numeretto ed una parolina consentiranno di recuperare (con gli interessi) nell’ultima parte della legislatura il taglio allo stipendio di cui smodatamente, e senza arrossire, si sono vantati.

Il fatto è che c’è la fantasia buona e quella cattiva; come c’è la politica buona e quella cattiva. E se la rabbia della gente si spinge fino a fare di ogni erba un fascio, non c’è da meravigliarsi più di tanto: l’ostilità nei confronti dei politici cementati alla poltrona era già presente ai tempi di Aristofane, Giovenale, Shakespeare; e alla fine dell’Ottocento lo scrittore Vampa, che poi inventerà Giamburrasca, creò l’onorevole Qualunquo Qualunqui del partito dei Purchessisti, propugnatore del programma Qualsivoglia a sostegno del gabinetto Qualsiasi.

Inevitabile chiedersi: perché la fantasia ad personam – o di gruppo, o riservata esclusivamente alla carriera con tutti i mezzi – è così scintillante e non si dispiega nell’affrontare i problemi della comunità? Perché si fa a cazzotti per entrare a far parte degli organismi dirigenti di un partito e poi, come accaduto all’assemblea Pd di Perugia nei giorni scorsi, partecipano tre gatti e un sosia nonostante si parlasse del tema incandescente della sicurezza? E’ cambiato il mondo; aumentano le pezze al sedere dalla classe media in giù; possono fallire gli Stati, cosa impensabile fino a ieri l’altro. Ebbene, a fronte di tutto ciò, buona parte della politica continua a dire le stesse cose, come fa da anni; e buona parte della classe dirigente (quindi, non soltanto la politica) sogna ancora di succhiare qualche goccia di latte dal biberon della spesa pubblica.

Nonostante l’astensionismo galoppante e la fiducia nei partiti prossima allo zero, non è morta la fame di politica: in assenza della fantasia buona, cerca semplicemente nuovi approdi.


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