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Preoccupati per le conseguenze della crisi economica, storditi dal bombardamento quotidiano di notizie tutt’altro che buone, delusi da tanta parte della politica che non trova antidoti – e magari neppure li cerca – per guarire dell’asma autoreferenziale, rischiamo di non cogliere fenomeni che germogliano, si consolidano più o meno sotto traccia ed un giorno potrebbero rendere ancora più amara la realtà. E’ sempre accaduto, purtroppo. Alcuni di questi fenomeni ci piombano addosso chissà da dove e poco o niente possiamo farci. Altri, però, si dipanano sotto i nostri occhi e sarebbe grave non averne contezza. Uno di questi fenomeni si sta dispiegando nella nostra piccola Umbria ed è di facilissima catalogazione: Perugia pigliatutto.

Altolà: non applauda chi ha il capoluogo regionale sul gozzo, né inveiscano quelli del capoluogo. Nell’aria c’è qualcosa di più delle stucchevoli guerricciole di campanile, che talvolta sembrano essere il collante più potente dell’identità umbra. Queste guerricciole hanno tanto l’aria di assomigliare ai giochi che i potenti offrono al popolo per fargli dimenticare la mancanza di pane: mentre un campanile fa sberleffi e gestacci all’altro, c’è chi tira la rete per portare tutti i pesci sulla propria barca.

Fuori di metafora. Perugia merita non soltanto rispetto ma anche centri nevralgici in quanto capoluogo regionale. Negli ultimi decenni è stata anche sotto schiaffo perché uffici più o meno statali, parastatali e di grandi società sono diventati interregionali ed inevitabilmente hanno preso il volo per altre città del Centro Italia e del Nord. C’è ancora molto, ovviamente; e soprattutto c’è una grande voglia di accentrare ancora di più. Con un particolare: di quel molto che ancora c’è e di quello che già si è cominciato ad agganciare, non c’è un grammo che non sia di spesa pubblica. Ovviamente è legittimo perseguire un simile progetto, ma sarebbe utile chiedersi quanto sia lungimirante avere orizzonti di sviluppo proiettati più verso il Mediterraneo che verso le Alpi.

Che il cuore pulsante delle varie istituzioni debba essere Perugia, è un dato acquisito. E pulsante lo è stato negli anni Settanta-Ottanta. Ma da quel periodo, poco a poco, ha prevalso il concetto di rendita più che la voglia di far crescere nuovi talenti; e la sfida dell’innovazione ha perso pericolosamente smalto in tutti gli ambienti: a cominciare dalla politica e dal mondo delle imprese. Oggi quanto è pulsante quel cuore? Quanta della concentrazione di potere, di intelligenze, di economia e di cultura si riverbera sul resto della regione? Si è creato uno strano cortocircuito: all’improvviso si è scoperto che dalla variegata amministrazione pubblica all’università (un tempo imbottita di grandi nomi ed oggi ripiegata su se stessa) c’è da fare i conti con l’affanno dei bilanci. E che si fa, o si vorrebbe fare? Si potano i rami più lontani – spesso scelleratamente lasciati crescere – e non si sfiora il tronco, senza visione d’insieme.

La crisi economica aiuta ad annebbiare la mente, per cui appartiene alla debolezza umana cercare di arraffare il più possibile per la propria casa. E questo sta avvenendo: con il rischio che il capoluogo di regione, che peraltro galleggia sulla zattera di migliaia e migliaia di dipendenti pubblici, si ritrovi tra non moltissimo senza regione. Del resto si parla di regione come istituzione, ma non è dominante il concetto di Umbria nelle parole e nelle azioni della classe dirigente. Se lo fosse, troverebbero una collocazione più armonica sedi più o meno importanti di società pubbliche, facoltà ed uffici. Se lo fosse, molti consiglieri regionali non continuerebbero a presentare interrogazioni esclusivamente sulla città di residenza (e quelli dell’opposizione che sono perugini sfiorano la perfezione) come se fossero consiglieri comunali, anziché tentare una visione complessiva. Se lo fosse, non assisteremmo a quel paradosso per cui, soprattutto in politica, a guidare la stravagante gara dei campanilismi è Perugia, preoccupata sempre che altre città alzino appena appena la testa. E’ come se Roma si preoccupasse di Frosinone, un evidente segnale di insicurezza. Poi magari, presi da tanto impegno, non ci si accorge che, anno dopo anno, il capoluogo è diventato un campo minato di criminalità.

E’ stata imboccata una strada viscida: mancando un adeguato pensiero collettivo regionale e forse perfino un orgoglio regionale, tornano ad innalzarsi le mura cittadine. E proprio mentre non si fa altro che sottolineare gli orizzonti europei e planetari, nella palestra dell’Umbria si allena un corpo piuttosto sgraziato: una pancia sempre più grande (Perugia) di spesa pubblica e di centri di potere, che domina braccia e gambe (le altre città) rachitiche; e non si sa se quel corpo la testa ce l’abbia o meno.

Questo tentativo di ragionamento potrebbe essere una solenne corbelleria. Se non lo fosse, per il bene dell’Umbria, evitiamo di accorgercene quando non ci sarà più il tempo per rimediare.


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