La cosa giusta

Alberto Sorge
giusta
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Melissa è morta.
Ma, ancora, non lo sa.
E non lo sa nemmeno chi l’ha amata tanto.
Chi la ama tuttora. Tanto.
Di più. Ancora di più.
Chi la cerca tra le rovine di un incubo che sta durando più del lecito.
‘Melissa, riesci a sentirmi?’, sembra dire il volto di suo padre, con le mani a stringere la testa che
non serve più.
‘Riesci a sentirmi, Melissa?’
Prima. Dopo.
E tra il prima ed il dopo, un minuscolo dettaglio.
La morte, appunto.
La morte. Punto.
Ma la morte, nemmeno la morte, sa cos’ha combinato.
E poche lacrime, e troppe macerie, e qualche graffio sulla coscienza, a testimoniare un dolore che è
un po’ di tutti. Un dolore comune.
Si dice così, no?
Ma suvvia, andiamocene un po’ da un’altra parte.
In quel luogo che non c’è.
Dove demagogia, retorica e maschere di cera vanno a farsi fottere.
Ed il patetismo va a farsi benedire.
Via da quei ‘la conoscevo tanto bene’. Via dai pianti forzati.
Via da lei e dalla sua intimità. Già troppo violata.
Già troppo violentata.
Già scucita dal suo corpo.
Ci sono dei fiori, vicino a te, Melissa.
Tanti fiori, con tutti quei colori che quasi viene voglia di mettersi a cantare.
E quei biglietti, scritte infantili e sentite, e poi oggetti di poco conto.
Meravigliosi simboli che ti tengono ancora un po’ qui.
Almeno un altro po’.
Giusto il tempo di farsene una ragione che non ci sarà mai.
Melissa, lo sai anche tu.
Ci sarà un’altra morte, un’altra strage.
E televisioni e radio e giornali, che ora tanto ti accolgono tra pagine spiegazzate di futilità, si
dimenticheranno di te.
Tu, Melissa, non dimenticare mai.
Non dimenticare la colazione che ti sei spanta addosso, le scarpe che ti stavano strette.
Non dimenticare l’amore che non sei riuscita a donare, il bacio meraviglioso che hai sognato per
notti intere.
E che nessuno ti ha mai dato.
Non dimenticare che ti hanno fatto male, Melissa.
Non sarebbe giusto.
Il perdono, troppe volte, dà il via libera a successive prese di posizione subdole, malvagie, crudeli.
Ecco, sai, Melissa.
Non perdonare.
No. Non adesso.
Non adesso che pensi ai tuoi treni, ai tuoi libri di scuola.
A quel ragazzo che ti piaceva tanto. Che chissà dov’è.
Che chissà quante volte inciamperà su un’immagine sfumata, che nemmeno riconoscerebbe.
‘Melissa, aspetta un attimo!’
Chi è che chiama?
Che voce? Che voci? Che senso e che sensi si celano dietro all’adesso.
‘Melissa?’
Ma forse sei già lontana. E non senti. E non ti interessa più sentire.
E stai dipingendo la vita che ti è stata sottratta da un angolo di cielo che sembra fatto apposta per te.
C’è qualcosa di morbido che ti accarezza le guance. E sussurri piano che stai quasi bene.
Fotografi il passato. Quel breve, brevissimo passato.
Un istante di passato.
Distrutto da un istante di presente.
Sai, Melissa, tutto ciò che non hai fatto, e non hai detto, e non hai più.
Ecco, tutto quello che, da qualche parte deve pure esserci.
Sennò, insomma. Cazzo.
Sì. Sennò che…
Non fermarti ad ascoltare la sofferenza che continua a starti vicino.
E, soprattutto,non avere fretta di sparire di nuovo.
Non farti dimenticare.
Rimani aggrappata a tutto ciò che ti evoca.
Agli occhi che ti hanno accompagnato per quel breve tragitto.
Rimani attaccata a quegli sguardi.
A quel silenzio che divideva i tuoi pensieri dalle tue parole.
Melissa, resta ancora un po’.
Un altro po’.
Dimentica solamente quel frammento di tempo.
Dimentica solo quello.
E stai tranquilla.
E sorridi, come facevi di fronte allo specchio, dopo esserti truccata in malomodo.
Tieni anche quelle smorfie, Melissa.
Tienile accanto a te.
E saluta, quando puoi.
Perché sei morta.
Ma non lo sai.


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