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Non passa giorno senza che venga celebrato il funerale di un’impresa. Non passa giorno senza amari aggiornamenti delle statistiche: aumento dei fallimenti e porte in faccia sbattute dalle banche, aumento del ricorso alla cassa integrazione e stretta nei consumi, lavoro che svanisce e povertà che incalza. Non passa giorno senza che tutto questo martelli i cittadini, i quali, come se non bastasse, sono bombardati dalle facce di politici che non resistono a recitare più parti in commedia. E così continua a stringersi il cappio del rigore, mentre si invoca la crescita come si invoca la pioggia nel deserto: a mani nude. Una simile situazione, che si protrae ormai da tempo, avrebbe dovuto suggerire una robusta risposta anche a livello locale, oltre che nazionale. Così. però, non è stato. Nella piccola Umbria, a differenza di altre regioni, molto si è parlato e poco si è operato. Chi si attendeva che tutte le energie sarebbero state riversate nell’affrontare il tema cruciale del lavoro, è rimasto deluso. Chi riteneva che fosse persino ovvio dedicare un consiglio regionale al problema del non lavoro, sta ancora aspettando. Chi contava in una politica che si schiodasse dalle liturgie delle schermaglie e dai giochini da club dei privilegiati, precipita nel pessimismo.

L’Umbria ha fatto un’altra scelta: ha rinunciato a mettere in campo – o almeno lo ha fatto in maniera palesemente insufficiente – risorse e fantasia per affrontare la crisi economica, preferendo dedicarsi da mesi alla riforma sanitaria. Non che quella della sanità sia una patata bollente da sottovalutare, tutt’altro; forse, però, da amministratori così avveduti e da politici così navigati era lecito aspettarsi che le due cose potessero camminare insieme e che, in ogni caso, si poneva una questione di priorità. Deve essere stata una scelta ben ponderata: sia perché nei prossimi anni verranno a mancare oltre 100 milioni di euro alla sanità umbra; sia perché l’organizzazione della rete ospedaliera e dei servizi necessita di una cura piuttosto decisa e anche del bisturi. Se è questa la consapevolezza alla base dell’urgenza di intervenire nella sanità, non dovrebbero esserci molti dubbi sul metodo da usare: si comincia con il razionalizzare, eliminare i doppioni, scegliere le eccellenze in base al bacino regionale, tagliare le unghie alla sete di primari, imporre il rigore negli acquisti; programmato e avviato questo percorso virtuoso – l’unico che elimina il grasso di troppo e consente di utilizzare meglio le risorse – si riorganizza la rete delle Asl.

A lume di naso, così procederebbero una famiglia e un’azienda; alla Regione Umbria, no. E così sopra il pelo dell’acqua, e moltissimo sotto, da mesi si gioca al tiro alla fune sul numero delle Asl, sull’Azienda ospedaliera con una testa ma quattro mani o forse otto o forse nessuna, su dimensioni territoriali da cartografi, su sedi che tutti vorrebbero avere e nessuno mollare. Può darsi che la politica umbra, in un sussulto di compattezza e determinazione, risolva la pratica Asl in un batti baleno e poi si dedichi al resto – cioè, il più – della riforma sanitaria. Può darsi anche, però, che mentre l’Umbria discute il governo prenda decisioni che impongono di ricominciare daccapo. Può darsi, soprattutto, che la politica umbra non abbia perso all’improvviso tutti i vizi e li rivitalizzati addentrandosi nelle sabbie mobili del numero delle Asl e dove collocarle. E si assista ad un cortocircuito in cui i campanilismi e le incompetenze (che di solito si nutrono di incontrollabile presunzione) se le danno di santa ragione, per cui alla fine le macerie seppelliscono la riforma.

Oggi, nella politica umbra regna una tranquillità surreale: tutti sembrano aver riscoperto la bellezza dello stare insieme; perfino l’opposizione, dopo la boccata d’aria di due mesi lontano dagli incarichi, è pronta a tornare nei posti che occupava prima al motto: ricominciamo da dove c’eravamo lasciati. In questo clima dovrebbe essere una passeggiata la riforma sanitaria. Ma abituati come siamo a pensar male, appena sarà nota la decisione della giunta regionale comincerà nella maggioranza, ed a seguire nell’opposizione, il gioco del cerino: sarà una corsa a far scottare chi meno si ama. Una volta tanto sarebbe stato utile – e sarebbe ancora utile – rovesciare il metodo: prima di decidere, pretendere dai partiti di maggioranza, dall’opposizione, da chi ha responsabilità, indicazioni chiare su come riformare la sanità mettendo tutti con le spalle al muro. Probabilmente, però, il gioco del cerino distribuisce più adrenalina nell’aria.


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