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E’ un brutto segnale quando la fiducia nei partiti (e nelle istituzioni che quei partiti guidano e controllano) scende vertiginosamente ed è ormai prossima allo zero. E’ un segnale ancora più brutto quando gli esponenti delle forze politiche sembrano sordi davanti alle ripetute ondate di disistima, limitandosi spesso a bollarle con disprezzo come antipolitica, e non riescono a compiere minimi gesti di recupero di credibilità. E’ un segnale deprimente quando esponenti di partiti ed istituzioni si prodigano in cinguettii che vorrebbero accorciare d’un botto la lontananza dai cittadini ma, cantata la messa quotidiana in tv, sprofondano in comportamenti che allontanano ancora di più. Per queste ed altre ben devastanti ragioni derivanti dalla crisi economica, non è proprio un bel momento per questo benedetto Paese.

In questo quadro a tratti raggelante – e sicuramente assai pericoloso – c’è da chiedersi: in una realtà così piccola come l’Umbria, ritenuta (con eccessiva generosità) politicamente solida, la sfiducia nella politica e lo sbandamento dei politici sono minori, uguali o maggiori della media nazionale? Non ci sono dati a disposizione, ma a lume di naso siamo lì. Con una aggravante: si erano accumulate belle abitudini che si stanno accantonando con una fretta micidiale.

Avete mai sentito parlare di partecipazione? I più giovani collegano questa parola probabilmente ai matrimoni, anche se oramai sono diventate cerimonie rare. I meno giovani ricorderanno gli anni che hanno caratterizzato l’avvio e il consolidamento del regionalismo, quando la partecipazione risuonava da un campanile all’altro e le assemblee erano un rito al quale in pochi rinunciavano; nel mentre – dalla destra al centro alla sinistra – le sezioni dei partiti erano seconde, per numero, soltanto alle chiese e molte restavano aperte per più tempo delle chiese. Ebbene, nel 2012 si festeggia il quarantesimo compleanno delle legge umbra che detta le norme “sulla partecipazione dei cittadini all’esercizio delle funzioni regionali”. Un compleanno che rassomiglia tanto ad un funerale perché, da tempo, molto della sostanza di quella legge è andato perdendosi. Ricorda Francesco Buratti, che è stato presidente regionale di una Cisl piuttosto vivace: “Fino a vent’anni fa, al di là della legge, c’era un coinvolgimento delle associazioni, anche del volontariato; ricordo addirittura assemblee in fabbrica. Oggi, per il cittadino, partecipare all’elaborazione di una riforma è praticamente impossibile. Il Palazzo si chiude ed al massimo invita alcune categorie interessate, anziché andare nei territori ed ascoltare. Già ai tempi della presidenza Lorenzetti si pose il problema di modernizzare la legge sulla partecipazione, ma ancora non si è trovato un meccanismo adeguato ai tempi per coinvolgere i cittadini. Prendiamo la sanità: perché non si chiede agli umbri cosa pensano che si debba fare prima di disegnare lo schema di riforma?”.

Il fatto è che la politica non si dedica più all’ascolto, al massimo prende per oro colato i sondaggi ed ama soprattutto i comitati elettorali. Né ha scatti di orgoglio: il consiglio regionale umbro non ha ancora trovato il tempo, schiacciato com’è dagli impegni, di dedicare una seduta straordinaria allo straordinario momento che sta vivendo il mondo del lavoro. E questa sorta di fastidio per l’ascolto ha una conferma in occasione dei dibattiti che vengono organizzati: il tavolo degli oratori ha quasi sempre le dimensioni dell’ultima cena, spesso uno ripete le cose dell’altro, in sala dilagano gli sbadigli e non c’è mai spazio, se non il minimo indispensabile, per gli interventi del pubblico. Ecco perché sempre più spesso le sedie occupate soccombono di fronte a quelle vuote.

Non è forse un tema, quello della partecipazione, da far rifiorire? Partiti e istituzioni dovrebbero fare la loro parte per non rischiare di scoprire, ad un certo punto, che i più – sbagliando – possano pensare che dei partiti si può fare a meno. Ma anche i cittadini, almeno i più responsabili, sono chiamati a far germogliare di nuovo quella parola. Nella consapevolezza che “la libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone. La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione” come cantava Giorgio Gaber. A meno che non la si ritenga soltanto una canzonetta.


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