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Gli ultimi sondaggi hanno fatto scivolare al 2 per cento la fiducia nei confronti dei partiti, il che praticamente equivale al numero degli eletti sommato a quello di chi ha incarichi. Non è possibile: se questo 2 per cento fosse vero, vorrebbe dire che soltanto chi vive di politica rinuncia ad inveire contro i partiti, o quantomeno a prenderne le distanze. Un bel risultato, non c’è che dire. Ma che la sfiducia sia del novanta o del novantotto per cento, poco cambia. I partiti dicono di preoccuparsene, ma poi nei fatti sembra che non gliene importi un fico secco. Se non fosse così, i leader dei maggiori partiti non avrebbero definito “un errore drammatico” l’ipotesi di un taglio ai finanziamenti. Se questo è un dramma, con quale parola si possono definire i sacrifici richiesti agli italiani, la perdita del lavoro, i suicidi di queste settimane?

Accanto a quello delle allergie, deve esserci nell’aria un polline che intacca la lucidità dei capipartito e ne annebbia il pensiero. Con la rabbia che monta di giorno in giorno, di pari passo con gli scandali che esplodono dalle Alpi alla Sicilia e con tesorieri che esibiscono ville, lingotti d’oro e diamanti – il tutto, ovviamente, incartato con i soldi dei contribuenti – i partiti balbettano, assicurano trasparenza ma sembrano incapaci di gesti adeguati al momento che stiamo vivendo e soprattutto che abbiano una qualche proporzione per i danni che stanno combinando. Certo, non tutti i partiti sono uguali. Certo, in modo svaccato sta avanzando una pericolosa antipolitica. Certo, è giusto che i partiti abbiano a disposizione fondi “per garantire la democrazia”. Però, mettendo insieme tutte le vicende emerse negli ultimi mesi, anche Giobbe perderebbe la pazienza. E sapendo che ben 71 soggetti politici hanno usufruito negli ultimi anni e stanno ancora usufruendo del cosiddetto rimborso elettorale, pur essendo molti di questi defunti da tempo, è comprensibile che venga la voglia di provare l’eremitaggio. Senza considerare un altro fatto: tra tanta confusione, non è per niente agevole capire fin dove arriva l’antipolitica e dove comincia la cattiva politica; né è facile comprendere quanta della cattiva politica viene in modo becero bollata per antipolitica.

Parliamoci chiaro, è una bella lotta. Risalire la china, per i partiti, non sarà facile. Ma è un compito che devono per forza di cose affrontare se non vogliono che altri occupino definitivamente spazi lasciati liberi. Lo devono affrontare a Roma, ma anche in periferia, compresa la piccola Umbria. Ed in periferia la strada per recuperare credibilità è perfino più semplice: basta recuperare modi di comportarsi che sono stati affrettatamente spazzati via negli ultimi anni. Molti di quanti oggi hanno importanti ruoli di potere, anziché i centri benessere dovrebbero frequentare un po’ di più i centri dell’umiltà; anziché fendere la folla in attesa del doveroso applauso, dovrebbero riscoprire la bellezza della riservatezza; anziché cavalcare l’autopromozione mediatica ed esibirsi sempre e comunque in discorsi che evaporano all’istante, dovrebbero recuperare l’utilità dell’ascolto; anziché vivere prigionieri nel Palazzo, dovrebbero trascorrere in strada o in piazza qualche domenica per ascoltare gli sfoghi o le richieste della gente e magari anche farsi strattonare. Non sarebbe nulla di nuovo: quanto sopra è ciò che hanno fatto generazioni di politici dal primo dopoguerra e per decenni. Anche allora c’era chi rubava e c’era il più furbo del mazzo; non a caso Tangentopoli ha tirato giù la saracinesca alla prima repubblica. Poi abbiamo vissuto le follie della seconda repubblica. Ora siamo di nuovo in mezzo al guado e solo il cielo sa quello che accadrà.

Tra tanti sommovimenti, l’Umbria, salvo piccole varianti, è un esempio di continuità: chi governava, continua a governare; chi stava all’opposizione, continua a stare all’opposizione. Ma in realtà qualcosa di diverso in quest’ultimo periodo si sta affermando: si rinuncia a fette di buona politica per allestire una permanente fiera delle vanità. Anche questa, in fondo, è una riforma.


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