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In questo nostro paese, così eterogeneo ed attraversato da così profondi dislivelli economici, sociali, intellettuali, fra regione e regione, fra zona e zona della medesima regione, i singoli individui, le singole categorie professionali, i singoli gruppi locali o regionali, si sono trovati in posizioni iniziali diverse, con tradizioni, temperamenti, abitudini di pensiero, bisogni, pregiudizi, opportunità locali o regionali svariatissime tutt’altro che facili a conciliare.

Finché la politica reazionaria dei partiti conservatori aveva costretto queste diverse forze a rimanere strette insieme in un unico sforzo disperato ed elementare di vita, gl’inconvenienti dell’eterogeneità non erano molto sensibili. Ma, assicurata la libertà d’azione a ciascun gruppo, venuta meno la forza esterna che li teneva tutti allo stesso livello e li associava in uno sforzo unico, le difficoltà di coordinare le singole esigenze speciali e locali in un programma d’azione comune, dovevano rivelarsi sempre più numerose e più gravi.

Ogni gruppo, dopo aver conquistato con l’ausilio il diritto di muoversi liberamente, si è dato a muoversi per conto proprio, dimenticando i gruppi lontani e magari gli stessi vicini, considerando il partito e la rappresentanza nelle istituzioni come strumenti delle sole rivendicazioni e preoccupazioni proprie, sforzandosi di far passare le esigenze proprie innanzi a quelle degli altri, graduando le riforme non secondo il criterio dell’utilità generale, ma secondo quello dell’utilità del gruppo…

Nell’azione politica generale si è rotta ogni unità di indirizzo: ognuno pensa solo per sé, ed è indifferente alle necessità degli altri. Non abbiamo più una volontà generale. Abbiamo tentativi ora fatti da questo ora da quel gruppo per sequestrare a proprio vantaggio gli organi centrali del partito. E questi seguono ora questo ora quell’impulso, volgendosi di qua e di là, sperduti nel buio, senza bussola, senza sentir fortemente nulla, senza sapere quello che devono volere.

… Venuta meno nel partito e nel gruppo parlamentare ogni unità di sentimenti e d’azione, è sparita ogni nostra forza di fronte ai partiti nostri affini ed avversari. Il blocchismo è diventato la tattica elettorale indispensabile. Il blocco non su un programma di riforme determinate; ma il blocco fine a se stesso; non per conquistare una posizione nuova, ma per conservare le posizioni attuali, in cui si uniscono non molte forze democratiche per dare un nuovo slancio alla vita pubblica, ma molte debolezze democratiche per impedire il prevalere di altre debolezze conservatrici.

E in queste condizioni, in cui noi portiamo soprattutto la preoccupazione di evitare ad ogni costo la sconfitta – com’è lontano il tempo, in cui le sconfitte le provocavamo e le contavamo come titolo d’onore, perché attraverso la sconfitta di oggi preparavamo le vittorie di domani! – in queste coalizioni, in cui qualunque piccolo gruppo di faccendieri è il benvenuto, perché tutto è buono a rafforzare le posizioni vacillanti non sostenute dall’ardire vigoroso della grande massa lavoratrice, è naturale che i nostri alleati facciano la voce grossa, e noi facciamo la voce piccina.

I blocchi sono quasi sempre qualcosa di simile all’alleanza fra l’uomo e il cavallo; i nostri alleati sono l’uomo e noi siamo il cavallo, quando non siamo addirittura l’asino!

Poscritto. Quelle che avete letto sono parole che risalgono a 112 anni fa (ottobre 1910) all’undicesimo congresso del Partito socialista, in cui emersero i primi vistosi segni della crisi della visione riformista. A pronunciarle fu Gaetano Salvemini, tra l’altro precursore del socialismo liberale. Non vi sembrano di una prorompente attualità in Italia così come in Umbria? I partiti, a cominciare dal Pd, potrebbero rifletterci un po’ su (anche se non va di moda).


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