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Che succede a Perugia? Che succede intorno a quel tapis roulant che corrisponde a corso Vannucci, dove gli uomini e le donne di potere si lasciano scivolare riempiendosi di inchini e sussurrando richieste di favori?

Negli ultimi tempi sull’acropoli piovono sberle. Un paio di esempi, i più clamorosi. Il caso Meredith ha fatto schizzare nel mondo un’immagine di Perugia tutt’altro che esemplare. Certo, poteva accadere dappertutto; ma resta il fatto che a Perugia una studentessa inglese è stata uccisa quando si riteneva che il cuore dell’Umbria fosse immune da fatti di questo tipo. Poi, nei giorni scorsi, una tv nazionale che apre il vaso di Pandora sulla piaga della droga e ne esce un ritratto della città che più buio è difficile immaginare.

Tante considerazioni si possono fare, tante colpe si possono rimbalzare. Ma, su tutto, viene – oggi come ieri – da chiedersi: la classe dirigente del capoluogo dell’Umbria conosce realmente le viscere della città? Si pone in modo adeguato il problema di affrontare con determinazione le nuove emergenze? Trova la sapienza di intervenire in quelle zone grigie che tanti danni fanno e che proprio in quella vasta classe dirigente sembrano essersi pericolosamente insediate?

Forse è giunta l’ora che ognuno si assuma la propria responsabilità. Qui è un po’ come l’evasione fiscale: tutti la condannano, ma molti sotto sotto la praticano. Ecco, allora, che va ricostruita la nervatura che fa di una città una vera comunità, dove il bene di tutti (o almeno dei più) viene realmente salvaguardato e non mortificato da comportamenti all’apparenza irreprensibili, ma soltanto all’apparenza. E non si tratta di prendersela soltanto con la politica, perché intorno alla politica sono in troppi a mettere in scena un permanente carnevale: maschere accattivanti e rassicuranti che nascondono talvolta occhi che vanno troppo per le spicce.


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