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All’offerta turistica giova più il silenzio contemplativo o il putiferio? Alla B.I.T. di Milano eravamo seduti accanto a Guarducci, che scalciava sotto il tavolo, mentre Cucinelli si schierava contro i grandi eventi, colpevoli di richiamare troppa gente. Gli umbri hanno perso la compostezza claustrale ereditata dalle sante Rita, Chiara e dalla beata Angela da Foligno. Gli organizzatori di eventi badano al sodo, fregandosene del solipsismo cucinelliano. E’ giusto storcere il naso davanti al turista un po’ greve, che ci invade con la sua chiassosa presenza?

Gli eventi (ognuno si tiene quelli che ha) aiutano a risolvere la crisi alberghiera, ribatte Guarducci all’umanista del filato, che nel proporre il paradosso del silenzio, c’è andato giù pesante. Prendiamo ad esempio “NeroNorcia”, dove la ciccia ha la meglio sulla proposta meditativa. Già sono schierate le legioni romane, caciarone quanto volete, ma che non ritraggono il portafoglio, quando si tratta di mangiare. Vogliamo rimandarle a casa a mani vuote? Sic transit gloria mundi. Del resto, se non ci fosse stata la spendacciona capitale pontificia i norcini non avrebbero mai costruito i loro potentati alimentari, senza far torto alla devozione che spinse gli Alibrandi, i Fiorucci, i Volpetti, i Viola e i Renzini, nel loro cammino verso la salvitudine, dell’economia. Eppure ha ragione Cucinelli quando, nel silenzio assordante della politica, si richiama ad un umbro ascetismo. Il suo paradosso è respinto da Bracco.

La  nostra regione mostra molte anime e molte inclinazioni, che non sappiamo valorizzare. Senza la vicina Norcia i romani, gli stessi che si nutrono delle leccornie di Guarducci (“A chi non piace la cioccolata alzi la mano!”) non avrebbero mai scoperto il cibo come viaggio. Quella città, che a Cucinelli sembrerà un po’ greve – quanto le altre che ospitano altrettanto grevi eventi popolari – se non garantisce l’indulgenza plenaria, perlomeno rifornisce la dispensa capitolina. Con l’assessore competente riflettiamo sui talenti dei nostri territori, che non hanno partorito solo santi, ma anche commercianti, macellai, agricoltori, frequentatori di mercati e prestigiatori, di quelli che ti scoprono la presenza dell’acqua e ci organizzano un evento. In assenza di strategie adeguate non rimane che affidarci ai giocolieri. Tanto la differenza non la fa lo Spirito, ma, come al solito, la qualità della proposta: sia a Solomeo, circondato da agghiaccianti capannoni, che a Norcia, avvolta nelle sue languide montagne.

Il brand non è una assicurazione sulla vita stipulata dai padri, che si mossero con le valigie tenute dallo spago, tornando al paesello con un discreto conto in banca. Norcia è la storia avvincente e biforcuta della Democrazia Cristiana umbra, della pastorizia, dell’agricoltura e della zootecnia negate (più per colpa della politica che di altri) e, infine, della sopraffazione dell’uomo sulla natura maligna. Norcia è un corollario imprescindibile quando si parla di macelleria, un test per comprendere dove sta andando il nostro sistema agro-alimentare, il tartufo nerissimo, nero, meno nero, sbiadito, piazzato dove se ne faccia richiesta. Diciamocelo.

Non è solo il casino, che danneggia il turismo, come sentenzia il cenobita di Solomeo, ma sopratutto il silenzio della politica. Per ora non resta che affidarci alla cioccolata, al jazz e alla salsiccia, nella consapevolezza che Norcia, ma non solo lei, rappresenta l’occasione mancata che poteva farli tutti ricchi, ma che ha fatto (molto) ricchi solo pochi di loro. Serve un miracolo.

Apriamo un siparietto mistico, secondo le buone intenzioni del cenobita. San Benedetto liberaci dal giogo del mercato globale, preserva la fama dei tuoi figli, indica loro la strada per evitare che la patria dell’ “Ora et Labora”, si trasformi, ora e per sempre, in quella dei coglioni di mulo, presa d’assalto dai coglioni del fine settimana. Amen. Patrono d’Europa, che sei migrato a Solomeo, fatti testimone di un’intera regione allo sbando, che giorno dopo giorno si adegua alla regola del poverello, con il dovuto rispetto per il tuo collega d’Assisi. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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