Guarducci vs Cucinelli. L’Umbria reagisce così

Enrica Quattrocchi
ciccioli
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Aprite bene le orecchie. “Quello di cui abbiamo bisogno è un’Umbria dinamica e multiforme, attrarre gente, puntare sulla qualità e non sulla quantità, non vogliamo il luna park all’aperto, in realtà va bene sia il misticismo sia il grande evento”.

Come in un film le voci, all’inizio nitide, lentamente si sovrappongono tra di loro fino a distorcere il suono e a confondersi perdendo il senso. Caos totale. Fermi tutti: silenzio. Ricapitolando. Tutto è iniziato lunedì: alla Bit (Borsa internazionale del turismo) di Milano, appuntamento imperdibile per gli operatori del settore, Brunello Cucinelli ha rivendicato pubblicamente l’esigenza per la regione di un turismo meditativo.  «La vocazione dell’Umbria – ha detto l’imprenditore del chachemire – è spiritualità e misticismo, la nostra è una vocazione al silenzio. Che ce ne facciamo dei grandi numeri? Vanno tenuti bassi perché siamo una regione semplice». Commento che non è affatto piaciuto al patron di Eurochocolate, Eugenio Guarducci, che appena rientrato da Milano ha scritto all’amico Brunello: «I panni sporchi si lavano a casa, anche il cachemire. Caro Brunello, il tuo è stato un autogol».

Perché tutto ciò? E perché proprio alla Bit di Milano? Forse Cucinelli sarà stato ispirato dal sermone di Celentano a Sanremo (magari tra un tomo di Kant e un saggio di Eco anche lui si concede qualche serata trash davanti alla tivù), o magari si sarà fatto illuminare da quell’aurea di sobrietà tanto di moda in questi tempi. Sta di fatto che l’evento è sfociato nella solita polemicozza da talk show. E sì, perché se a essere protagonisti sono i grandi imprenditori locali, quello del lusso vip e quello degli stand per gli amici felici e fondenti, è ovvio che tutti sgomitino per esprimere la loro.

Carlo Pagnotta, direttore artistico di Umbria Jazz, sulle colonne della Nazione dice di stimare l’amico Guarducci ma che in fondo quella del cioccolato è solo una «fiera privata nel centro storico di Perugia». Una frecciatina sul piano dell’ospitalità arriva, sempre sulla Nazione, da Maurizio Pescari, giornalista enogastronomico e docente di marketing del turismo vitivinicolo: «L’Umbria non può crescere come fosse la riviera romagnola, il problema sono gli umbri che non vogliono gente intorno». Chi ha ragione e chi ha torto? Marco Caprai va oltre la polemica e tenta di arrivare al punto: «Ma non si può vivere di solo caviale: conta anche il lato commerciale. Alla base della polemica – ha commentato – c’è il pressapochismo con cui la Regione ha gestito l’appuntamento, dobbiamo essere pronti a offrire risposte adeguate alle esigenze del mercato turistico».

Intanto la Regione si affretta a freddare gli animi. L’assessore regionale al Turismo Fabrizio Bracco è convinto che entrambi gli aspetti possano convivere, sia la sobrietà del turismo che segue la sacralità dei luoghi sia la folla dei golosi della festa del cioccolato. Più radical-chic la posizione del Comune: «L’Umbria che vorremmo – ha detto l’assessore Lomurno – è quella di Cucinelli ma per via della crisi abbiamo anche bisogno di attirare gente”. Dopotutto in periodi di depressione (pardon, recessione), ci si butta sul cioccolato, no?
Le posizioni rischiano però di allontanare il cittadino dall’essenza vera del problema. E cioè: quali sono le politiche adottate e quelle da mettere in campo per il futuro del turismo? Gli amministratori locali pensano di far leva sul settore, specialmente in un momento di crisi quale quello che si sta attraversando? Se sì, in che modo? Nell’arco di cinque anni, riporta il Giornale dell’Umbria, il turismo ha perso 164,3 milioni di valore aggiunto e contribuisce sempre in minor parte alla ricchezza della regione.

Che si continui pure a polemizzare, ma che si spieghino anche punti critici e note dolenti dalle quali, eventualmente, poter rilanciare il settore. In fondo per avere una buona ricetta, di solito, si parte dagli ingredienti. Tutto il resto è fuffa.


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