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Toxic Europe, l’inchiesta.

La versione integrale del documentario d’inchiesta, vincitore del BIOCR

“Toxic Europe” è un documentario di inchiesta che indaga e racconta il traffico di rifiuti intra-europeo, e che al Premio Ilaria Alpi ha vinto il “Best International Organised Crime Report”, un premio alla sua prima edizione organizzato dall’Associazione Ilaria Alpi in collaborazione con Flare Network e Novaya Gazeta. Il premio prevedeva la coproduzione di quattro inchieste – selezionate tra 20 progetti scritti – e la successiva premiazione di uno dei quattro documentari finiti. Toxic Europe è stato portato avanti da un team internazionale di giornalisti, composto da Delphine Reuter, giornalista belga, e due giornalisti italiani, Cecilia Anesi e Giulio Rubino. Il team è stato supportato negli aspetti investigativi da Leonida Reitano dell’Associazione di giornalismo investigativo ed è stato coprodotto da DailyBlog.it. Il documentario è stato filmato in diversi Paesi europei con l’operatore Gianmarco Giometti, autore anche delle musiche originali e del montaggio. Al momento esiste una versione italiana, pubblicata su DailyBlog.it, e una versione inglese ancora inedita.

L’inchiesta è stata presentata a settembre a Otranto Legality Experience, a ottobre alla settima conferenza mondiale del giornalismo d’inchiesta (GIJC) a Kiev (Ucraina) mentre a novembre è stata presentata in contemporanea ad una conferenza sulle mafie (legality and struggle against mafias in Europe) a Sofia, in Bulgaria, e a Graver Konference, conferenza sul giornalismo d’inchiesta, a Copenaghen in Danimarca.

“Toxic Europe” è un documentario di inchiesta che mira ad indagare le quantità, i meccanismi e i flussi del traffico di rifiuti tossici all’interno dell’Europa. Un business che in Italia, da oltre 20 anni, è uno dei principali affari della criminalità organizzata italiana e che ora, seguendo la stessa prassi dell’economia globalizzata, si estende sempre di più nel resto dell’Unione Europea.

La nostra ipotesi d’inchiesta è che la ricerca di nuovi clienti, di nuove arterie di trasporto e nuovi siti di smaltimento abusivo, unita alle crescenti difficoltà che la Mafia ha trovato nel trafficare rifiuti verso i paesi in via di sviluppo, ha fatto si che l’Europa sia diventata un tavolo da ping-pong per rifiuti tossici che si muovono senza controllo all’interno del territorio europeo.

Italia, Belgio e Romania: tre esempi per spiegare l’estensione europea del problema e per descrivere come il processo di produzione e gestione dei rifiuti possa a volte mutare in un vero e proprio traffico di rifiuti e smaltimento illegale degli stessi. Il traffico è un’invenzione moderna, che si deve principalmente alle mafie italiane, pioniere di questo business incredibilmente fruttuoso. Ma, come ci spiega Raffaele Cantone, magistrato, la mafia sta mutando e di conseguenza mutano le sue capacita imprenditoriali e la tipologia d’affari. Siamo entrati in un tempo in cui una significativa parte della gestione lecita dei rifiuti è controllata da aziende in odore di camorra e diventa quindi difficile definire cosa rientra nel “traffico di rifiuti” o nello “smaltimento illegale” e cosa invece rientra nel mondo della gestione autorizzata di rifiuti.

Siamo inoltre in un tempo in cui molti imprenditori dei rifiuti non si fanno problemi a fare affari con quelle aziende che, apparentemente giocano pulito, ma che poi sono spesso controllate da clan mafiosi. Ci dice Cantone «è un dato che molte di queste imprese hanno un background di collegamenti con la criminalità organizzata che è accertato, e alcune di queste hanno fatto anche joint-ventures con grossi imprenditori stranieri creando veri e propri gruppi internazionali». Partendo da imprese italiane, passando per il Lussemburgo, l’inchiesta arriva quindi in Romania, ad analizzare proprio l’internazionalità di queste ventures italiane che, alcune dagli anni ’80, altre da qualche anno, hanno creato una sorta di oligopolio – con l’appoggio di imprenditori locali – nella gestione dei rifiuti rumeni.

Un esempio? La più grande discarica d’Europa, Glina, gestita fino a pochi anni fa da intermediari italiani e rumeni per conto di un’azienda controllata da Massimo Ciancimino, come ci spiega il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso. Dopo l’inchiesta della magistratura, è cambiato il proprietario, ma non gli intermediari, pronti ad offrire i propri servizi ad altri imprenditori. Il documentario spiega quindi tramite l’uso di grafiche le interconnessioni societarie, per poi mostrare le arterie e i mezzi di trasporto dei rifiuti, i porti da cui partono o arrivano, come Anversa e Costanza, fino ai luoghi dello smaltimento finale, le “groapa de gunoi” (discariche di rifiuti). Delle vere e proprio montagne artificiali che si stagliano sull’orizzonte, che interrompono la verdeggiante pianura, che sputano veleno sui corsi d’acqua e che, al loro interno, nascondono segreti inespugnabili.

Sopra, piccole macchie nere si muovono, sono cani, uccelli ma anche esseri umani: i “pickers” i raccoglitori di monnezza, che raccolgono rifiuti per poter rivendere le materie prime. Un pezzetto di rame, una scatola di alluminio, una bottiglia di vetro. Una tragedia umana che emerge e diventa reale nelle parole di un cittadino di Glina, il paesino che da il nome alla discarica: «Qui muoiono molte persone di cancro, molte».


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