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Ogni giorno che passa, la crisi economica presenta un conto sempre più duro. Chi sembra non rendersene conto è, oltre a chi non paga le tasse, soltanto un manipolo di politici, asserragliati nel bunker dei privilegi e incoscienti a tal punto da ritenere che questo Paese se la goda e non abbia problemi; e se problemi ne ha, è colpa della crisi mondiale.

In questo marasma in cui la globalizzazione presenta la sua faccia più feroce, le banche sono particolarmente nella bufera. Ne è passato di tempo da quando, in casa dei Medici fiorentini, si è sviluppato il concetto di banca con depositi e prestiti. Abbiamo vissuto periodi bui ed altri virtuosi. Quello attuale è in assoluto uno dei peggiori in quanto ci era stato detto che la strada del benessere non avrebbe incrociato burroni. Su questa strada, invece, abbiamo incontrato l’arteriosclerosi della finanza: sempre meno economia, sempre meno investimenti nelle fabbriche e sempre più finanza allegra. Anche le banche hanno fatto bei tuffi nella finanza che, tra un’invenzione e l’altra nonché tra una fregatura e l’altra, si è avvitata presentando il conto soprattutto ai poveri cristi.

La difficoltà di piccole e medie aziende ad ottenere prestiti è ormai consolidata. E i giovani, quelli che si accontenterebbero di pochi euro per avviare una qualsiasi attività? Per loro non ci sono neppure le briciole, sono costretti a svernare in famiglia. Eppure, in tempi così rovinosi, con le banche che hanno chiuso i rubinetti, è lecito attendersi uno sforzo di modernità da parte delle istituzioni ed anche dal mondo della cooperazione.

Possibile che non ci sia nessuno che riesca a percorrere strade nuove? Altrove sì, ma qui da noi proprio nessuno. In compenso nella piccola e sderenata Umbria (come l’Italia) fioriscono iniziative per far nascere microscopiche banche, il che fa più piangere che ridere; così come ci si dilania per contendersi la sede e la presidenza della Cassa di risparmio dell’Umbria, che azzererà le Casse di risparmio di quattro città. Ma che fantasia!


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