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Di pari passo con la bufera della crisi economica, viaggia la bufera della Rai. In realtà, intorno alla tv pubblica da sempre la politica danza famelica; ancor più assatanata negli ultimi decenni, tanto da far rimpiangere la televisione in bianco e nero di mamma Dc. Ma quanto sta accadendo nelle ultime settimane rassomiglia un po’ alla fine del mondo: Il Tg1, da sempre (un po’ perché il primo, un po’ per abitudine, un po’ non si sa perché) in testa agli ascolti, sta subendo salassi a ripetizione. E domenica scorsa è successo l’imprevedibile (per i più): è stato surclassato di cinque punti dal Tg5: 20,4% contro 16,1%; non solo: è stato battuto con il 17,69% dal Tg3 delle 19 ed è la prima volta nella storia della televisione che questo accade.

Si dirà: un Tg1 così fazioso e velleitario non poteva che fare questa fine. In effetti, al di là della catastrofe di ascolti di domenica scorsa, c’è un altro elemento che la dice lunga su come l’intreccio politica-informazione abbia assestato durissimi colpi al telegiornale della prima rete: secondo una ricerca dell’università Cattolica di Milano, al Tg1 viene attribuita la stessa credibilità del Tg4 di Emilio Fede, mentre il Tg3, il tg de La7 e Skytg24 vengono percepiti come “servizio pubblico”. In parole povere, nell’ultimo mese, il concetto di credibilità ha mietuto due vittime: il governo Berlusconi e il Tg1.

Ora, ciascuno si è fatto certamente un’opinione su quanto siano davvero servizio pubblico i telegiornali e giornali radio nazionali della Rai fino ad arrivare ad una sorta di classifica, magari dopo essersi turato il naso sull’asfissiante condizionamento della politica che arriva a spartirsi anche i tecnici del suono. Ma della Rai fa parte anche il Tgr regionale: risponde ai criteri di servizio pubblico anche quello che va in onda in Umbria? Quanto aiuta a capire ciò che si dipana nei centri di potere della nostra regione? E’ servizio pubblico o, al massimo, servizio istituzionale? Sono domande, alcune retoriche. Chi ha delle risposte, può intervenire.


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