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La parola è sempre più maltratta, il ragionamento è sempre più evanescente, il confronto troppo spesso è ridotto a battutacce e comunque è sempre urlato. E la parola data, l’impegno preso? Sta facendo la stessa fine. Gli esempi più eccelsi vengono dal mondo della politica, ma anche altri – per esempio, il mondo dell’impresa – non scherzano.

Avete presente il refrain “Mai metteremo le mani nelle tasche degli italiani”? Serviti e mazziati. Avete presenti gli impegni presi dal governo italiano con l’Europa sui provvedimenti anticrisi? Si fidano così tanto della parola data che praticamente siamo commissariati. Anche a livello locale la parola data viene strapazzata? Avete presente una qualsiasi campagna elettorale con la lenzuolata di promesse? Ciascuno può giudicare.

All’esterno – almeno nella maggior parte dei Paesi europei – c’è ancora un rapporto, per quanto debole, fra parola ed azione politica. Gli eletti vengono scelti in base agli impegni che prendono, ma poi vengono giudicati in base a quel che fanno e come si comportano. Da noi non c’è “contratto” che tenga. Ci si può impegnare su tutto e sul contrario. Siamo alla fiera del virtuale, la realtà è un optional.

Allora, evviva gli slogan, le ipocrisie, i luoghi comuni. Ha successo chi le spara più grosse. Mai che si dica concretamente quali iniziative si prenderanno, perché, per chi, con quali soldi e soprattutto quando. E troppo spesso, al ballo del virtuali, non si sottraggono i giornalisti che, per dovere, dovrebbero alzare il velo sui bluff. Incalzare i politici sulle promesse e sui tempi di realizzazione non va più di moda, meglio le strizzati che d’occhio.

Ma quando la parola non ha più alcun significato, quando la realtà viene soffocata dall’incontinenza verbale, significa che ci stiamo avvicinando alla morte della politica. Ma che furbi, noi italiani.

Applausi!


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