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Indignati e (quasi) ignorati. La protesta italiana è stata travolta dal pomeriggio di follia dei black bloc, ma la vera lezione, gli indignati di casa nostra, l’avevano già ricevuta. E da un popolo, quello americano, che non è certo un habitué delle manifestazioni in piazza. Senza mezze misure, gli adbusters hanno indicato da subito in Wall street il nemico numero uno dell’economia nazionale e mondiale. Ma quello degli indignati Usa è realmente un movimento trasversale che ha portato nella strada principale di New York pensionati, studenti, lavoratori e sindacati. Una mobilitazione per certi aspetti inedita per gli Usa, che non sono molto abituati ad avere a che fare con movimenti spontanei, emanazione diretta della società civile. Una resistenza che non ha un leader di riferimento, senza un’ideologia politica prevalente, che ha trasformato una caccia alle streghe in una lotta definita: quella all’avidità delle borse e delle banche.

La cosa singolare è che una protesta simile sia nata e cresciuta nel cuore del capitalismo mondiale, sostenuta dal malcontento verso Obama ma anche da quella sete di “sovranità di popolo” contro cui gli Usa si sono sempre battuti per allontanare le ombre del comunismo. Oggi che lo spettro sono i legami tra finanza e politica gli indignados chiedono riforme sociali ed economiche citando Jfk per contestare il black out mediatico: “Chi impedisce una rivoluzione pacifica, rende inevitabile una rivoluzione violenta”. E poco importa se, a ben rileggere le sue convinzioni/ideologie, Kennedy – che ha sempre tenuto a distanza ogni tentativo socialista di mettere in discussione l’establishment americano – probabilmente non avrebbe fatto molto più di quanto non stia facendo l’attuale capo di stato americano. Anche gli adbusters hanno le loro contraddizioni. Gli italiani possono consolarsi.

 


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